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Nati in legno e privi di scalinate e successivamente ricostruiti in pietra con relativi gradini, i ponti Chioggiotti hanno sempre rivestito una grossa importanza nella vita di tutti i giorni, come è ovvio che sia per una Città costruita su Isole. Parallelamente a tale importanza correva un notevole esborso economico che partiva dalla prima costruzione e perdurava con le varie revisioni e ristrutturazioni. Basti pensare che per far fronte a queste spese, nel 1757 venne costituita la “Cassa Ponti” che traeva sussistenza dall’imposta di un bezzo (moneta veneziana del valore di 6 denari) per libbra di carne prodotta in eccedenza a quanto stabilito con i macellai.

Per ciò che concerne il ponte di Vigo, i primi vaghi riferimenti risalgono al 1408 mentre un atto del consiglio del 1424 riporta l’attuazione di una riparazione. La svolta che ha portato a noi l’opera d’arte architettonica attuale è avvenuta nel 1685 quando venne deciso di ricostruire tale struttura. A fronte dei dubbi sul materiale da utilizzare, si considerò che, per esperienza pregressa, la manutenzione dei ponti in legno comportava annualmente dei costi esorbitanti.

A questo si unì una considerazione relativa all’immagine della città: per chi giungeva a Chioggia via mare, il ponte di Vigo costituiva il primo impatto che la città offriva al visitatore e con esso, un indice del decoro e del benessere della Città stessa. Il regime di privilegio del quale godeva la struttura è confermato dalla ricercatezza estetica impiegata nella costruzione di questa, aspetto che si discosta notevolmente dagli altri ponti di Chioggia, rendendo quello di Vigo il più bello ed imponente.

Una modifica passeggera, ma non per questo meno importante, ebbe luogo nel 1796 quando il podestà Angelo Memmo fece realizzare sul ponte una “rilevante lucerna” che fungesse da guida, assieme al faro del Castello della Lupa, per i pescatori che dal mare dovevano imboccare il porto. Rimase inattiva dopo pochi anni di utilizzo per la sua scarsa funzionalità e per lo stesso motivo venne rimossa nel 1823, anno in cui avvenne il restauro durante il periodo Asburgico. Fece in tempo, tuttavia, a suscitare l’ammirazione di un giovane Ugo Foscolo che nel suo “La giustizia e la pietà”, parlando del “popolo industre” della “città di Clodio”, celebra la realizzazione di questa opera sul “marmoreo ponte”, utile ai naviganti rientranti dal mare “quando sul lido la procella mugge”.

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